Il 90,1% degli utenti internet italiani tra i 16 e i 64 anni dichiara di utilizzare WhatsApp ogni mese, e lo fa (chiaramente) condividendo il proprio numero di telefono. Una pratica che abbiamo accettato come inevitabile per poco meno di un ventennio, e che Meta ha deciso di modificare con l'introduzione degli username: una delle modifiche strutturali più importanti nella storia dell'app, che va a riscrivere il modo in cui le persone si trovano, o meglio, non si trovano, su WhatsApp.
La funzionalità arriverà in modo graduale nei prossimi mesi, ma da questi giorni WhatsApp ha iniziato ad aprire la fase di prenotazione dei nomi utente. Va sottolineato che si tratta di una funzione opzionale: il numero di telefono resta alla base dell’account, ma non dovrà più essere necessariamente condiviso per farsi contattare da persone nuove.
Ed è, alla fine, un meccanismo discreto, perché non ci sarà una directory pubblica, non ci saranno suggerimenti automatici e non sarà possibile cercare genericamente una persona per nome. Per contattare qualcuno per la prima volta tramite username sarà necessario conoscere esattamente il suo nome utente, cioè riceverlo direttamente dall’interessato attraverso un altro canale.
Per creator, piccoli business e aziende, Meta prevede anche la possibilità di rivendicare su WhatsApp l’handle già utilizzato su Instagram o Facebook, così da mantenere una presenza coerente tra le piattaforme. A questo si aggiunge la “username key”, una protezione opzionale che richiede una chiave aggiuntiva al primo contatto via username da parte di chi non è già presente tra i propri contatti.
Un'architettura da ricostruire
Il ritardo con cui WhatsApp arriva agli username è anche il riflesso della sua architettura storica: per anni l’identità dell’utente è stata costruita intorno al numero di telefono. Introdurre un identificatore alternativo significa quindi adattare molti livelli dell’app, dalla ricerca dei contatti alla gestione dei primi messaggi, fino alla compatibilità con la crittografia end-to-end e con le versioni già in uso su smartphone, desktop e web. Non parliamo di una semplice etichetta da aggiungere al profilo, ma un cambiamento nel modo in cui WhatsApp permette a due persone di iniziare una conversazione senza esporre subito il numero personale.
Per le aziende che usano le API di WhatsApp Business, l’arrivo degli username porta con sé anche un nuovo identificatore tecnico: il Business-Scoped User ID, o BSUID. Non è un identificatore pubblico universale, ma un codice legato al rapporto tra un utente e uno specifico business, che serve a mantenere stabile il riconoscimento dell’utente nei sistemi aziendali anche quando il numero di telefono non è disponibile o non viene condiviso. Per questo CRM, chatbot e integrazioni dovranno essere aggiornati per non basarsi più soltanto sul numero di telefono come chiave primaria della conversazione.
Dove erano arrivati già gli altri
Non parliamo di rivoluzioni, perché Signal e Telegram hanno normalizzato questa pratica da anni, con approcci peraltro piuttosto diversi tra loro. Signal ha introdotto gli username nel marzo 2024, con l'obiettivo esplicito di proteggere attivisti che si trovavano costretti a condividere il proprio numero con persone sconosciute durante l'organizzazione di gruppi, e giornalisti che dovevano scegliere tra pubblicare il proprio numero personale per ricevere segnalazioni (esponendosi a molestie e attacchi informatici) o affrontare la complicazione di gestire un secondo numero dedicato.
Telegram invece ha introdotto gli username anni prima, declinandoli anche in una dimensione più commerciale: la piattaforma ha sviluppato username collezionabili, verificati tramite la blockchain TON, che possono essere acquistati e venduti su una piattaforma dedicata. Un'evoluzione che racconta bene le differenti filosofie delle due app: Signal come strumento quasi ascetico per la comunicazione sicura, Telegram come ecosistema ibrido tra messaggistica, social media e infrastruttura per creator e community.
WhatsApp applica poi la crittografia end-to-end su tutte le chat, le chiamate e le videochiamate, basandosi sul protocollo Signal, mentre Telegram cifra end-to-end solo le cosiddette "Chat Segrete", che devono essere attivate manualmente e non sono disponibili per le chat di gruppo, con i messaggi normali vengono che salvati sui server di Telegram in forma decifrata. Signal, dal canto suo, non conosce nemmeno il nome o la foto profilo dei propri utenti. Nel settembre 2024, Telegram ha inoltre modificato l'informativa sulla privacy per consentire la condivisione di indirizzi IP e numeri di telefono degli utenti con le autorità di polizia in presenza di una richiesta legale valida, una svolta che ha sensibilmente eroso la reputazione di riservatezza costruita dall'app nel corso degli anni, accelerata dall'arresto del fondatore Pavel Durov in Francia nell'agosto dello stesso anno.
Un'app che cambia pelle
La mossa sugli username non è casuale e si accoda alle novità approdate su WhatsApp negli ultimi anni. Nel 2025, la piattaforma ha raggiunto 3,3 miliardi di utenti attivi, superando le stesse previsioni di Meta che stimavano 3,14 miliardi entro quell'anno, con una crescita del 6,7% rispetto alla metà del 2024. Ogni giorno vengono scambiati oltre 150 miliardi di messaggi, tra testo, foto, video e messaggi vocali.
Meta ha lavorato negli ultimi anni a una progressiva stratificazione di strumenti per la privacy, come la Chat con lucchetto per proteggere conversazioni sensibili con password, i messaggi effimeri, il blocco degli screenshot per i contenuti in modalità "visualizza una volta", la possibilità di mantenere privato il proprio stato online, il silenziamento automatico delle chiamate da numeri sconosciuti.
Ma il percorso, almeno sul piano normativo, non è stato sempre linearissimo. Nel 2021 un aggiornamento controverso dei termini di servizio aveva scatenato una migrazione di massa verso Telegram e Signal, e aveva obbligato l'azienda a chiarire pubblicamente che i messaggi privati sarebbero rimasti protetti da crittografia end-to-end indipendentemente dalle modifiche alle condizioni d'uso. Tre anni dopo, il Digital Markets Act europeo ha imposto a WhatsApp (classificata come gatekeeper digitale) di aprirsi all'interoperabilità con altre piattaforme di messaggistica come Signal, Telegram e iMessage, pur mantenendo la crittografia end-to-end, una sfida ingegneristica che il team tecnico dell'app sta ancora gestendo.
Gli username arrivano dunque come parte di una strategia più ampia: ridurre la dipendenza dal numero di telefono come identificatore primario, restituire agli utenti un maggiore controllo sulla propria esposizione e avvicinarsi ai concorrenti che su questi principi hanno costruito la loro identità fin dall'inizio. La differenza, che è forse la cosa più importante, è che WhatsApp può farlo con tre miliardi di persone già dentro.