Se ne parla come di una nuova industria pesante, e sotto molti aspetti lo è: capannoni grandi come dodici campi da calcio, richieste di elettricità paragonabili a quelle di una città media, consigli comunali che si spaccano. Solo che dentro non c'è un altoforno, ci sono armadi di server che fanno girare il cloud, lo streaming e ormai soprattutto l'intelligenza artificiale.
Nel 2026 l'Italia è diventata uno dei mercati più caldi d'Europa per i data center, con Milano candidata a hub del Sud Europa e una pioggia di annunci miliardari. Il punto è capire quanto di quel boom sia reale, quanto sia una coda alla porta della rete elettrica, e cosa succede ai territori che li ospitano.
Cosa sono, spiegato semplice
Un data center è un edificio progettato per fare tre cose meglio di chiunque altro: portare corrente elettrica ai server senza mai interromperla, raffreddarli, e collegarli a internet con banda enorme e latenza minima. Tutto il resto è contorno.
Per questo il settore non si misura in metri quadri ma in MW IT, cioè la potenza elettrica effettivamente disponibile per i server, al netto di raffreddamento e impianti. È il numero che conta in ogni annuncio: quando leggi "campus da 48 MW", stai leggendo quanta elettricità quell'impianto è in grado di trasformare in calcolo.
L'altro indicatore chiave è il PUE (Power Usage Effectiveness), il rapporto tra l'energia totale consumata e quella che arriva davvero ai server. Un PUE di 2 significa che per ogni watt di calcolo ne serve un altro per raffreddamento e perdite. Più il valore si avvicina a 1, più l'impianto è efficiente. Negli ultimi anni i migliori operatori sono scesi stabilmente sotto 1,3, ed è la ragione per cui i consumi crescono meno velocemente della capacità installata.
Quanti sono e dove sono davvero
I numeri cambiano a seconda di cosa si conta, ed è la prima trappola di questo tema.
Se guardiamo i data center di mercato, quelli che vendono servizi a terzi, in Italia siamo intorno ai 250 impianti: circa 190 attivi, una ventina in costruzione e oltre 30 annunciati. Fuori da questo censimento restano le migliaia di CED aziendali e della pubblica amministrazione, sale server interne di banche, ministeri, ospedali e imprese, che nessuna mappa commerciale registra e che in molti casi sono vecchie, inefficienti e destinate a chiudere o a migrare.
La geografia è meno equilibrata di quanto raccontino i comunicati. Milano e il suo hinterland concentrano circa il 68% della potenza installata nazionale, con 414 MW IT su un totale italiano di circa 609 MW IT, e puntano a superare la soglia simbolica del gigawatt entro il 2028. Il resto si distribuisce tra Roma, Torino, Bologna e i nodi costieri dove atterrano i cavi sottomarini: Genova, Palermo, Bari, con la Sicilia e la Puglia che si propongono come porta digitale verso l'Africa e il Medio Oriente.
Nell'hinterland milanese la lista dei cantieri è lunga e quasi tutta straniera: campus a Lacchiarella, Magenta, Segrate, Melegnano, Vellezzo Bellini, Cornaredo, Castelletto di Senago. Equinix ha appena ottenuto il via libera per sette nuovi impianti tra Settimo Milanese e Cusago, 4 miliardi di investimento spalmati fino al 2033. Fuori dalla Lombardia il progetto più significativo è il Cavour Hyperscale Campus di Trino Vercellese, sull'area dell'ex centrale elettrica Galileo Ferraris, con primo lotto atteso a fine 2028.

I 96 gigawatt che non esistono
Qui arriva il dato che spiega tutto il resto, ed è anche il più frainteso.
Al 30 giugno 2026 le richieste di connessione alla rete elettrica per data center registrate sul portale Econnextion di Terna erano 520, per 96 GW complessivi. Per capirci: è una cifra dell'ordine di grandezza dell'intera potenza elettrica installata oggi in Italia. A fine 2024 erano circa 30 GW, a novembre 2025 68,5, a marzo 2026 82,6. La curva è verticale.
Se quei 96 GW fossero progetti veri, il Paese dovrebbe raddoppiare il sistema elettrico in pochi anni. Non lo sono. Presentare una richiesta di connessione costa tra i 2.500 e i 3.000 euro, una cifra che per un operatore immobiliare è polvere. Il risultato è che chiunque abbia un terreno e un'idea si mette in coda, sperando di prendere posto prima degli altri, e in qualche caso sperando anche che la richiesta non venga mai accolta ma serva a far percepire l'azienda come pronta a grandi realizzazioni.
Le stime realistiche sono di un altro ordine: fra 1,4 e 2 GW effettivamente in funzione entro il 2030. Nel triennio 2026-2028 la pipeline concreta parla di 83 progetti per circa 874 MW IT e oltre 25 miliardi di investimenti annunciati, con il 72% riferibile a operatori internazionali che in Italia non hanno ancora messo un mattone. Tra annuncio e cantiere, in questo settore, passa parecchia strada.
Quanto consumano, con i numeri veri
Nel 2024 i data center italiani hanno assorbito circa 5,8 TWh, l'1,9% del consumo elettrico nazionale. È molto meno di quanto suggerisca il dibattito pubblico, ed è il dato da tenere presente quando si legge di "invasione".
Il problema non è il presente, è la traiettoria. Gli scenari dell'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano indicano che entro il 2035 il consumo potrebbe salire tra i 24,5 e i 42 TWh, cioè tra il 7% e il 13% della domanda nazionale. Il confronto internazionale spiega perché la questione sia seria: in Irlanda i data center assorbono ormai quasi un quarto dell'elettricità del Paese, in Virginia circa il 26%. Sono i due casi che tutti citano come esempio di cosa succede quando la crescita non viene governata.
C'è poi il capitolo acqua, quello meno discusso in Italia e più esplosivo altrove: un impianto di grandi dimensioni può arrivare a consumare fino a 5 milioni di litri al giorno per il raffreddamento, il fabbisogno di una cittadina di 30.000 abitanti. In un Paese che negli ultimi anni ha attraversato siccità serie, non è un dettaglio tecnico.

Perché l'AI cambia il progetto, non solo i consumi
La differenza tra un data center tradizionale e uno pensato per l'intelligenza artificiale non è la dimensione, è la densità.
Un rack classico dissipa tra i 10 e i 20 kW. Un rack pieno di GPU per l'addestramento di modelli AI parte da 20-40 kW e può superare i 100. È una concentrazione di calore che il raffreddamento ad aria non regge più, e che impone il passaggio al raffreddamento a liquido, con il liquido portato fino a contatto diretto con i chip. Cambia l'impiantistica, cambiano gli spazi, cambia il costo.
Costo che, a proposito, è la vera barriera all'ingresso: 12-14 milioni di euro per ogni MW IT di sola infrastruttura civile e impiantistica, a cui va aggiunto l'hardware, che può valere fino a dieci volte tanto e che va sostituito ogni due o tre anni per obsolescenza. È il motivo per cui in Italia le "gigafactory" da un gigawatt continuano ad essere annunciate e a non partire: nessun fondo mette tre o quattro miliardi su un capannone senza un contratto blindato con un cliente globale, e nessun cliente globale firma finché il mercato dell'AI generativa non impara a darsi un prezzo stabile.
Da carichi passivi a nodi attivi della rete
È la parte più interessante e meno raccontata, ed è quella che potrebbe ribaltare il giudizio sul settore.
Un data center è stato per vent'anni un carico passivo: prende corrente, non restituisce niente. Con l'AI diventa qualcosa di più strano e potenzialmente più utile. L'addestramento dei modelli crea gradini di carico, salti da quasi zero al massimo in millisecondi, che stressano la rete e possono provocare sbalzi di tensione. Ma quegli stessi impianti hanno UPS, batterie e sistemi di controllo evoluti, e possono usarli al contrario.
Il Rocky Mountain Institute distingue tre leve. La flessibilità temporale: spostare i calcoli non urgenti alle ore in cui l'energia abbonda. La flessibilità spaziale: mandare il carico a un altro sito del gruppo dove in quel momento c'è più rinnovabile o più capacità di rete. E la flessibilità di accumulo: usare batterie e microgrid per tagliare i picchi e vendere alla rete servizi di regolazione di frequenza e bilanciamento.
Non è teoria. Enel ha già sperimentato questo modello su nove siti a Dublino, mantenendo l'affidabilità del data center e fornendo contemporaneamente supporto alla rete. In Italia il tema è appena entrato nell'agenda regolatoria, ma la direzione è chiara: un impianto con accumulo che partecipa ai mercati dei servizi vale, per il sistema elettrico, molto di più di uno che si limita a consumare.
Il caveat, però, va detto: la flessibilità è uno strumento, non un risultato. Spostare carichi in un mix elettrico ancora largamente fossile può abbassare i costi e alzare le emissioni. Il beneficio ambientale esiste solo se il mix si decarbonizza in parallelo.
Il calore che oggi si butta, e la legge che prova a recuperarlo
Ogni watt che entra in un server esce sotto forma di calore. Oggi, quasi ovunque, quel calore viene disperso nell'aria. È lo spreco più evidente e più facile da correggere del settore.
A Milano il primo caso industriale italiano è quello di Retelit e A2A: il calore di scarto del data center Avalon 3 alimenta la rete di teleriscaldamento del Municipio 6, servendo circa 1.250 famiglie in più all'anno ed evitando 3.300 tonnellate di CO2. A luglio 2026 A2A ed Equinix hanno annunciato un progetto molto più grande sul campus di Settimo Milanese, che secondo l'azienda potrà aumentare di circa il 20% il calore decarbonizzato distribuito sulla rete milanese.
Soprattutto, la Lombardia ha approvato la legge regionale 11/2026, in vigore dal 20 giugno, prima norma organica italiana sui data center. Impone alimentazione da fonti 100% rinnovabili, vieta l'uso di acqua potabile per il raffreddamento, spinge il recupero del calore con iter autorizzativi più rapidi per chi lo prevede, e trasforma la potenza installata in un parametro urbanistico: sotto i 50 MW decidono province e Città metropolitana, sopra si passa allo sportello unico e alla cabina di regia regionale. Non è un obbligo generalizzato di recuperare il calore, è un sistema di premi. Ed è pensata anche per orientare i nuovi impianti verso aree dismesse invece che su suolo agricolo.
Vale la pena tenerla d'occhio per un motivo semplice: una legge quadro nazionale non c'è ancora, e quella lombarda è il modello più probabile.

Cosa resta al territorio
Qui il conto è più difficile da chiudere, e i comitati locali lo sanno bene.
A Certosa di Pavia il progetto di un data center su 60.000 metri quadri di area agricola, l'equivalente di dodici campi da calcio, è finito in Consiglio regionale. Nel Rhodense un comitato contesta i 42 generatori diesel di emergenza previsti in un impianto dichiarato di preminente interesse strategico nazionale, per il rumore e le emissioni in caso di attivazione. Le obiezioni non sono quasi mai ideologiche: riguardano consumo di suolo vergine, acqua, rumore, e il fatto che oggi ogni Comune decida da solo.
Sull'occupazione i numeri vanno letti con onestà. Il programma Equinix parla di circa 1.500 addetti in fase di cantiere e poco più di 500 tra diretti e indiretti a regime. Il campus di Trino stima 1.200 lavoratori in costruzione, con picchi oltre i 2.000, e 300-350 posti qualificati a impianto funzionante. Sono cifre reali e sono anche il motivo per cui il paragone con la fabbrica non regge: un data center occupa tantissimo mentre lo si costruisce e relativamente poco quando funziona. Il valore per un territorio, semmai, sta altrove: gettito fiscale, riqualificazione di aree dismesse, teleriscaldamento, e la filiera di impiantistica, raffreddamento e manutenzione dove le PMI italiane hanno competenze vere.
Tre domande rapide
I data center faranno aumentare la bolletta? Non direttamente. L'impatto dipende da quanta nuova capacità di generazione e di rete verrà costruita in parallelo: se la domanda cresce più in fretta dell'offerta, il prezzo dell'energia sale per tutti. È esattamente il rischio su cui insistono sia Terna sia i comitati, da posizioni opposte.
Perché quasi tutti a Milano? Perché lì ci sono il MIX, il principale punto di interscambio internet italiano, la maggiore concentrazione di fibra, i clienti finanziari e industriali, e una rete elettrica ad alta tensione già densa. La diversificazione verso Sud esiste ma è ancora agli inizi, e passa soprattutto dagli approdi dei cavi sottomarini.
L'Italia ha data center per la ricerca e non solo commerciali? Sì, ed è un'eccellenza poco nota: i supercomputer HPC-7 e HPC-6 di ENI figurano al sesto e all'ottavo posto della classifica mondiale TOP500, con il Leonardo del CINECA al dodicesimo.