Perché tante aziende sono così interessate alla polvere lunare

La NASA prepara infrastrutture per restare sulla Luna e finanzia la ricerca delle risorse. Le aziende hanno già clienti, ma devono dimostrare che i conti tornano


Perché tante aziende sono così interessate alla polvere lunare

Sulla superficie della Luna c’è qualcosa per cui diverse aziende stanno progettando macchine capaci di scavare, lavorare il terreno e riportare sulla Terra un gas. È l’elio-3, un isotopo raro sul nostro pianeta, per il quale si stima un valore di circa 20 milioni di dollari al chilo. Una cifra che aiuta a capire l’interesse per la polvere lunare, ma che riguarda il gas separato, non una palata di terreno.

Il legame più concreto è con i computer quantistici: alcune architetture hanno bisogno di temperature estremamente basse e l’elio-3 serve proprio a raggiungerle. Intanto, il ritorno alla Luna sta aprendo opportunità commerciali. Esistono già accordi per future forniture, mentre resta da dimostrare che estrarre lassù sia economicamente sostenibile.

Un gas raro per computer freddissimi

L’elio-3 è una variante dell’elio, il gas dei palloncini, con un neutrone in meno rispetto all’elio-4, molto più comune. Questa differenza modifica le sue proprietà fisiche e permette di usarlo nei frigoriferi a diluizione: sistemi che sfruttano una miscela dei due isotopi per avvicinarsi allo zero assoluto, pari a meno 273,15 °C.

I computer quantistici a circuiti superconduttori devono lavorare in queste condizioni per mantenere stabili i qubit, le unità con cui elaborano le informazioni. Bluefors, che costruisce questi sistemi di raffreddamento, dichiara temperature inferiori a 10 millikelvin, cioè meno di un centesimo di grado sopra lo zero assoluto.

L’elio-3 ha anche applicazioni nella diagnostica medica e nella rilevazione dei neutroni. Procurarselo, però, è complicato. Il Dipartimento dell’Energia statunitense (DOE) spiega che la propria fornitura proviene dal decadimento del trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno gestito nell’ambito delle attività nucleari militari. Ampliare la disponibilità richiede quindi processi e infrastrutture, anche quando si rimane sulla Terra.

Pubblicità

La polvere lunare va lavorata

Interlune Astrolab Flexible Logistics and Exploration (FLEX) rover
Rappresentazione grafica dell'Astrolab Flexible Logistics and Exploration (FLEX) rover

Sulla Luna l’elio-3 si è accumulato per miliardi di anni grazie al vento solare, il flusso di particelle emesso dal Sole. La Terra è protetta dalla propria magnetosfera; la Luna non possiede uno scudo globale paragonabile. Le particelle possono così raggiungere la superficie e rimanere intrappolate nei granelli della regolite, lo strato di polvere e frammenti rocciosi che ricopre il satellite.

La quantità complessiva potenziale è interessante, ma le concentrazioni sono bassissime. Un paper del 2021 archiviato nel NASA Technical Reports Server studia un progetto estrattivo ipotizzando 20 parti per miliardo. A quella concentrazione, un chilo di elio-3 sarebbe contenuto in circa 50.000 tonnellate di terreno, assumendo un recupero completo. È un calcolo teorico, non una media dell’intera Luna.

Occorre quindi scavare, selezionare il materiale, riscaldarlo per liberare i gas e separarli. Poi bisogna riportare il prodotto sulla Terra. Ogni passaggio aggiunge consumo energetico, attrezzature da trasportare e possibilità di guasto.

La corsa alla Luna cerca infrastrutture

Questi progetti si inseriscono in un ritorno alla Luna più ampio, di cui abbiamo raccontato un passaggio con Artemis II. Nella strategia Moon Base, annunciata nel marzo 2026, la NASA descrive un avamposto vicino al polo sud, da costruire progressivamente attraverso missioni robotiche e umane.

Il piano punta prima a rendere affidabile l’accesso alla superficie, poi a sviluppare energia, trasporti e comunicazioni, fino ad assemblare un avamposto permanente dal 2032 in avanti. Sono obiettivi programmati, non infrastrutture già disponibili.

moon base
Moon Base in una rappresentazione grafica

La ricerca delle risorse rientra in questo percorso. Utilizzare materiali locali potrebbe ridurre ciò che va spedito dalla Terra per sostenere le missioni. Il 4 maggio 2026 la NASA ha annunciato un contratto da 6,9 milioni di dollari con Interlune per sviluppare strumenti capaci di raccogliere regolite, estrarre gas e misurarne le quantità. Cercare risorse per l’esplorazione ed esportarle commercialmente sono attività distinte, che possono condividere alcune tecnologie.

Ci sono clienti, la convenienza resta da provare

Interlune è uno degli esempi di questo interesse industriale. Nel settembre 2025 Bluefors ha annunciato un accordo per acquistare fino a 10.000 litri di elio-3 all’anno, dal 2028 al 2037. La startup ha inoltre comunicato un contratto con il DOE per tre litri di gas lunare da consegnare entro aprile 2029. Sono impegni futuri, non forniture già arrivate.

Pubblicità

Rimane anche la prospettiva della fusione nucleare: l’elio-3 potrebbe essere un combustibile, ma il DOE ricorda che la reazione con il deuterio richiede temperature superiori a quelle della combinazione deuterio-trizio. Disporre del gas non risolverebbe da solo queste difficoltà.

Nel frattempo, a luglio 2026, Interlune ha dichiarato di aver separato elio-3 al 99% di purezza da elio terrestre. Anche questa tecnologia va portata su scala industriale, ma introduce un confronto inevitabile: prima di giustificare il viaggio lunare, bisognerà capire quanto costa ottenere lo stesso gas qui. Per i futuri clienti conteranno il prezzo di ogni chilo consegnato e l’affidabilità delle forniture.

Contenuto di YouTubeQuesto contenuto viene caricato da YouTube, che può usare i propri cookie. Per vederlo, accetta i cookie dalle preferenze: da lì compaiono anche tutti gli altri contenuti di Instagram, TikTok, X e YouTube.Apri su YouTube