La Cina ha costruito il magnete più grande per la fusione nucleare

Una bobina grande quanto un edificio dovrà confinare plasma a oltre 100 milioni di gradi. Ecco cosa cambia nella sfida tra Cina e ITER


La Cina ha costruito il magnete più grande per la fusione nucleare

La Cina ha completato il più grande magnete superconduttore toroidale mai realizzato per la fusione nucleare. Pesa 582 tonnellate, è lungo 21 metri, largo 12 e alto 3,3. Numeri già enormi, ma la scala reale del progetto si capisce soltanto osservando il disegno completo: il sistema toroidale prevede 16 bobine analoghe, disposte verticalmente attorno alla camera del plasma.

Chiamarlo “Sole artificiale” è suggestivo, ma non del tutto preciso. Una stella trattiene il plasma grazie alla propria gravità, mentre un tokamak deve affidarsi a campi magnetici potentissimi. L’obiettivo è comunque simile: portare i nuclei a condizioni tali da permettere la fusione, liberando una grande quantità di energia senza il processo di fissione utilizzato nelle centrali nucleari attuali.

Perché le bobine hanno una forma a D

La loro forma a D non è casuale. Ogni bobina deve abbracciare una parte del tokamak, la macchina a forma di ciambella usata per confinare il plasma. Insieme, i 16 magneti sono progettati per generare un campo di 6,5 tesla al centro del plasma, con picchi fino a 14,5 tesla sul magnete. È una sorta di binario invisibile che guida le particelle cariche e riduce gli urti contro le pareti della camera a vuoto.

È qui che la fusione diventa quasi paradossale. Al centro del tokamak bisogna superare i 100 milioni di gradi per permettere ai nuclei di deuterio e trizio di fondersi e liberare energia. Pochi metri più all’esterno, invece, i magneti superconduttori devono lavorare a temperature criogeniche, vicine allo zero assoluto. Caldo estremo e freddo estremo devono convivere nella stessa macchina senza che uno comprometta l’altro.

Secondo l’Institute of Plasma Physics della Chinese Academy of Sciences, la bobina ha richiesto sei anni di sviluppo e l’intera filiera, dai materiali alla fabbricazione, è stata realizzata in Cina. Il suo volume è 1,3 volte quello di una bobina toroidale di ITER e la capacità di accumulo dell’energia magnetica è dichiarata tre volte superiore. Il sistema lavora con correnti fino a 98.000 ampere ed è progettato per resistere per decenni a temperature estreme, radiazioni e forti sollecitazioni.

Questo risultato non significa però che la Cina abbia già costruito una centrale a fusione. La bobina appartiene a CRAFT, una grande piattaforma di ricerca e collaudo usata per sviluppare componenti in scala reale destinati ai futuri reattori. È quindi un passaggio industriale molto importante, ma non ancora una macchina completa capace di produrre elettricità.

La Cina è davvero più avanti di ITER?

Il confronto più immediato è con ITER, il grande progetto internazionale in costruzione nel sud della Francia, al quale partecipa anche la Cina. ITER è più avanti nell’integrazione del tokamak: tutte le 19 bobine toroidali previste, 18 operative e una di riserva, sono già state fabbricate e consegnate. La macchina punta a ottenere 500 megawatt di potenza da fusione immettendone 50 per riscaldare il plasma, quindi un guadagno pari a dieci. Non trasformerà però questa energia in elettricità, perché nasce come esperimento scientifico e tecnologico.

Anche i tempi raccontano due strategie differenti. ITER prevede l’avvio delle operazioni di ricerca nel 2034 e l’inizio degli esperimenti con deuterio e trizio nel 2039. La Cina, nel frattempo, sta costruendo BEST, un tokamak compatto distinto da CRAFT che dovrebbe essere completato entro la fine del 2027. L’obiettivo dichiarato è studiare un plasma bruciante, con una potenza da fusione compresa tra 20 e 200 megawatt, e tentare una dimostrazione di generazione elettrica intorno al 2030.

È una tabella di marcia molto aggressiva, ma tra completare un magnete gigantesco e accendere la prima lampadina alimentata dalla fusione resta una distanza enorme. Bisogna controllare il plasma, estrarre il calore, produrre il trizio necessario, resistere al bombardamento neutronico e far funzionare tutto in modo continuo e conveniente.

La corsa alla fusione sta uscendo sempre più dai laboratori ed entrando nella fase delle grandi macchine industriali. E questa bobina da 582 tonnellate mostra quanto sarà complesso trasformare una promessa scientifica in una fonte di energia reale.