Perché Siri AI non arriva in Europa: il braccio di ferro tra Apple e UE

Apple rinvia il lancio della nuova Siri AI su iPhone e iPad nell’Unione Europea. Al centro dello scontro c’è il Digital Markets Act

di Greta Rosa - 09/06/2026 16:57

Per capire perché Siri AI sia bloccata in Unione Europea bisogna prima capire cosa sia, concretamente, Siri AI, perché non si tratta solo di una Siri più veloce o più precisa, ma di qualcosa di strutturalmente diverso da qualunque assistente vocale esistente su iPhone.

Alla WWDC 2026, Apple ha presentato un sistema costruito su tre componenti inediti che, messi insieme, cambiano la natura stessa di ciò che può fare l'assistente sul dispositivo. Il primo è il "semantic index": un indice personale che vive in locale e indicizza, in modo semantico, tutto ciò a cui le app hanno esplicitamente dato accesso (messaggi, email, note, foto e documenti). Non più una ricerca testuale per parole chiave, ma una comprensione del contenuto che permette a Siri di rispondere a input come "quella mail del mio avvocato di due settimane fa" senza che l'utente ricordi mittente, oggetto o data esatta. Il secondo componente è l'"on-screen awareness", ovvero la capacità di leggere e ragionare in tempo reale su ciò che compare sullo schermo, indipendentemente dall'app aperta. Il terzo è "App Intents", il layer che consente all'assistente di agire trasversalmente su tutte le applicazioni installate, non solo quelle di Apple.

Queste tre tecnologie insieme configurano qualcosa di più simile a un agente che a un assistente, e cioè un sistema che conosce il contesto personale dell'utente, vede ciò che vede l'utente e può agire dove e come l'utente agisce. È proprio questa profondità di accesso al dato, allo schermo e alle app ad aver reso impossibile, almeno per ora, il suo arrivo in Europa.

Il DMA e il nodo dell'interoperabilità

Sul perché, bisogna leggere alla voce "Digital Markets Act". Si tratta di una normativa europea entrata in piena vigore nel marzo 2024 per le piattaforme designate come "gatekeeper" (tra cui iOS, App Store e Safari di Apple), il cui impianto parte da un'osservazione storica ben documentata: per anni, le grandi piattaforme tecnologiche hanno sfruttato la posizione dominante sui propri ecosistemi per escludere o svantaggiare i concorrenti. Il DMA interviene quindi in modo preventivo, con obblighi strutturali che non richiedono la prova di un danno concreto, ma impongono condizioni di accesso eque ex ante

Tra questi obblighi, quello che si applica direttamente a Siri AI è l'articolo 6: i gatekeeper devono rendere i propri servizi interoperabili con i concorrenti a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie. E non è un principio astratto, perché già nell'aprile 2025 Apple è stata multata per la modica cifra di 500 milioni di euro per non conformità alle disposizioni anti-steering dell'App Store (la prima sanzione nella storia del DMA), dopo che la Commissione aveva stabilito che Apple impediva agli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso canali di acquisto esterni. E in caso di violazioni reiterate, la legge prevede sanzioni fino al 10% del fatturato globale annuo, e fino al 20% per recidiva.

Applicato a Siri AI, il ragionamento della Commissione è quindi diretto: se l'assistente di Apple può interrogare il semantic index, leggere lo schermo in tempo reale e controllare le app di terze parti, anche un assistente concorrente (dunque Claude, ChatGPT o Gemini) deve poter accedere a funzionalità equivalenti, alle stesse condizioni. Non conta che quell'assistente sia scaricabile dall'App Store: un'app disponibile ma priva di accesso al contesto del sistema operativo non compete ad armi pari con chi quel contesto ce l'ha per default.

La proposta di Apple e il muro della Commissione

Il nodo sta proprio qui: Siri AI, per funzionare come descritta, deve accedere a dati tra i più sensibili che esistano su un dispositivo personale. Apple ha costruito l'intera architettura intorno a due livelli di protezione, con modelli che girano in parte direttamente sul dispositivo, e in parte su server proprietari dove, per dichiarazione esplicita dell'azienda, nemmeno Apple stessa può leggere i dati elaborati, grazie a un sistema chiamato Private Cloud Compute (architettura verificabile da ricercatori esterni). Il problema, secondo Apple, è che il DMA la obbligherebbe a garantire ad assistenti AI concorrenti un accesso equivalente a quello di Siri AI. Ma quegli assistenti girano su infrastrutture cloud terze, su cui Apple non ha alcun controllo e che non offrono le stesse garanzie. Dare loro accesso diretto al semantic index, allo schermo e alle app significherebbe, nella lettura di Cupertino, esporre i dati personali degli utenti europei a rischi che l'architettura attuale è progettata esattamente per prevenire.

Per ovviare il problema, nei mesi scorsi Apple si è presentata a Bruxelles con una proposta: il team legale e tecnico dell'azienda ha costruito una soluzione specifica chiamata "Trusted System Agent", ovvero un intermediario software che avrebbe consentito agli assistenti di terze parti di accedere alle stesse funzionalità di Siri AI senza però ricevere accesso diretto ai dati grezzi del dispositivo. Nel modello proposto da Apple, sarebbero stati i modelli locali di Apple a interrogare il semantic index, a leggere lo schermo, a costruire il contesto, per poi passare all'assistente esterno solo le informazioni strettamente necessarie a elaborare la richiesta, non l'intero archivio personale.

Accanto al Trusted System Agent, Apple ha proposto anche un piano di rollout graduale su 18 mesi, proponendo di lanciare Siri AI in Europa con un insieme iniziale di funzionalità mentre il framework veniva completato e verificato. Stando a Cupertino, la Commissione Europea avrebbe detto no ad entrambe le proposte, rifiutando tutte le soluzioni presentate nei mesi di trattativa senza offrire un'alternativa tecnica praticabile. Joswiak ha precisato dopo il keynote che Apple aveva presentato i propri piani già all'inizio del 2026: non si è trattato dunque di una negoziazione collassata all'ultimo momento, ma di un dialogo che non ha mai trovato terreno comune.

Dal canto suo, la Commissione ha sfoderato piccata una versione radicalmente diversa. Il portavoce Thomas Regnier ha dichiarato ai giornalisti a Bruxelles che Apple non ha sviluppato soluzioni di interoperabilità conformi agli standard europei di privacy e sicurezza, e ha invece chiesto di essere esentata dai propri obblighi di interoperabilità. "Invece di cercare una soluzione di conformità adeguata", ha spiegato in conferenza, "Apple ha semplicemente presentato alla Commissione Europea una richiesta di esenzione dai propri obblighi di interoperabilità. Questa non è un'opzione". Regnier ha aggiunto che "la decisione di non lanciare Siri AI nell'UE è di Apple e solo di Apple, perché assolutamente nulla nel DMA impedisce ad Apple di introdurre nuovi prodotti nell'UE."

Le due posizioni suonano quindi inconciliabili: Apple descrive il Trusted System Agent come una proposta tecnica dettagliata e conforme, mentre la Commissione lo legge come una richiesta di deroga agli obblighi esistenti. Stabilire chi abbia ragione richiede accesso agli atti della trattativa, che nessuna delle due parti ha reso pubblici per intero.

Il caso parallelo: Google e Gemini

Cupertino non è però un caso isolato, perché una tensione simile si è palesata anche nei confronti di Google. Lo scorso gennaio la Commissione ha aperto un procedimento formale per specificare come Google debba garantire l'interoperabilità di Android con i servizi AI concorrenti, con misure che coprono l'attivazione vocale, l'accesso al contesto, le azioni sulle app e l'accesso alle risorse hardware. La decisione finale è attesa per fine luglio e il suo esito sarà determinante anche per Apple: se la Commissione e Google troveranno un accordo tecnico, quel modello potrebbe riaprire lo spazio negoziale per Siri AI. Se invece Google venisse costretta a rimuovere funzioni di Gemini già attive su centinaia di milioni di dispositivi, il quadro per Apple si complicherebbe inevitabilmente.

Chi paga, e cosa rimane

Tornando al blocco, stiamo parlando di iOS e iPadOS nello specifico: Siri AI arriverà regolarmente su macOS 27 e visionOS 27 anche nell'Unione Europea, mentre su watchOS 27 lo stop è derivato (l'assistente sul polso dipende dal pairing con l'iPhone). E non riguarda solo gli utenti: gli sviluppatori con sede in Europa non potranno nemmeno testare o integrare le nuove funzionalità nei propri progetti iOS e iPadOS, con un impatto diretto sull'ecosistema locale.

Facendo un paio di riflessioni, Apple avrebbe potuto scegliere una strada un po' più stretta e portare in Europa le nuove funzionalità fotografiche, i modelli aggiornati e le novità di Apple Intelligence non coinvolte nella disputa, lasciando fuori solo Siri AI. Ma ha invece scelto di tenere fuori dall’UE Siri AI e le funzioni avanzate collegate su iOS e iPadOS, lasciando gli utenti europei con una versione di Apple Intelligence "monca" rispetto all'originale.

Il risultato è uno stallo pubblico, con due narrazioni opposte e gli utenti europei nel mezzo, in attesa, senza una data certa, di funzionalità presto disponibili nel resto del mondo.