Cosa c’entra un parco da 146mila pannelli in Sicilia con i data center di Amazon

L’energia non arriva direttamente ai server AWS, ma il parco di Gibellina racconta il lato meno visibile del cloud (più) sostenibile

di Greta Rosa - 01/07/2026 08:06

Tra le province di Palermo e Trapani, a Gibellina per la precisione, un impianto agrivoltaico da 74,4 MW occupa 180 ettari con 146mila pannelli e condividerà a breve il suolo con le colture che la zona ha sempre prodotto. È uno dei sette progetti solari su scala industriale che Amazon ha contribuito a sviluppare in Sicilia, su un totale di otto in tutta Italia.

A questi si aggiungono 32 impianti fotovoltaici installati sui tetti dei centri logistici dell'azienda, per un computo complessivo di 40 progetti rinnovabili nel Paese. Quattro dei sette siti siciliani hanno avviato lo sviluppo nel 2025, mentre tre sono già operativi, tra cui i due parchi agrivoltaici di Mazara del Vallo e Paternò. Secondo i dati forniti dall'azienda, l'insieme degli impianti italiani potrebbe generare energia sufficiente per il fabbisogno annuo di oltre 425mila famiglie.

Il parco di Gibellina non è un'iniziativa diretta di Amazon, ma il risultato di un accordo di acquisto energetico con uno sviluppatore terzo: Capital Dynamics, società di investimento in infrastrutture rinnovabili che ha realizzato l'impianto e ne gestisce l'operatività. Ed è un modello ricorrente nel settore: i grandi acquirenti corporate, da Amazon a Microsoft a Google, raramente costruiscono e possiedono direttamente gli impianti, ma firmano contratti pluriennali di acquisto, i cosiddetti power purchase agreement, che garantiscono allo sviluppatore i ricavi necessari a finanziare la costruzione e all'azienda cliente il diritto di rivendicare quella capacità rinnovabile nei propri bilanci ambientali. È un meccanismo che ha contribuito, secondo le analisi di BloombergNEF citate da Amazon, a farne il primo acquirente corporate di energia carbon-free in Italia e in Europa, con oltre 700 progetti firmati in 28 Paesi per più di 40 GW di capacità complessiva a livello globale.

Come l'energia del campo arriva (o non arriva) ai server

Sul funzionamento di un meccanismo del genere c'è un punto neanche troppo scontato che va chiarito, perché viene spesso raccontato in modo impreciso: l'elettricità prodotta a Gibellina non viaggia fisicamente verso i data center di Amazon Web Services (AWS), la piattaforma cloud del colosso dell'e-commerce, ma entra nella rete elettrica nazionale, esattamente come quella di qualsiasi altro impianto, andandosi a mescolare con quella prodotta da gas, carbone o altre fonti rinnovabili nello stesso istante.

Quello che lega l'investimento di Amazon ai propri consumi è uno strumento contabile diffuso in tutta Europa chiamato Garanzie di Origine, certificati che attestano l'immissione in rete di una quantità di energia rinnovabile equivalente, su base annua, a quella consumata altrove dall'acquirente. È lo stesso principio su cui si basa il claim, ripetuto da anni nei report di sostenibilità di Amazon, di aver raggiunto il 100% di corrispondenza tra elettricità consumata ed energia rinnovabile a livello globale per il secondo anno consecutivo, secondo quanto riportato dalla sezione Climate Solutions del sito di sostenibilità dell'azienda.

È un sistema di contabilità energetica standardizzato e riconosciuto a livello europeo, regolato dalla direttiva sulle energie rinnovabili dell'Unione Europea e gestito in Italia dal Gestore dei Servizi Energetici, lo stesso ente che certifica l'origine rinnovabile dell'elettricità per qualsiasi azienda o utenza domestica scelga una fornitura "verde". Funziona su base annuale: l'acquirente deve dimostrare che, nell'arco dei dodici mesi, la quantità di Garanzie di Origine acquistate equivale ai consumi complessivi registrati. È il meccanismo su cui si fonda oggi la quasi totalità delle dichiarazioni di approvvigionamento rinnovabile delle grandi aziende tecnologiche, da Microsoft a Google a Meta, ed è anche il motivo per cui i contratti di acquisto pluriennali come quello di Gibellina hanno un peso superiore rispetto al semplice acquisto di certificati sul mercato: legano l'azienda a un impianto specifico, di nuova costruzione, per un periodo di anni concordato in anticipo.

Il quadro più ampio

Vale la pena guardare anche al quadro più ampio, perché l'azienda stessa lo rivendica come riferimento: il Climate Pledge, co-fondato da Amazon nel 2019 insieme a Global Optimism, fissa l'obiettivo di azzerare le emissioni nette entro il 2040, dieci anni prima della scadenza dell'Accordo di Parigi, e oggi conta oltre 590 aziende firmatarie in tutto il mondo. Il report di sostenibilità relativo al 2023, diffuso nel 2024, ha certificato un secondo calo consecutivo delle emissioni assolute dell'azienda, descritto dalla stessa Amazon come il risultato più significativo ottenuto dal lancio del Climate Pledge. Il dato resta però comunque superiore a quello del 2019, l'anno di partenza dell'impegno, come ha documentato un'analisi del Seattle Times basata sulle stesse cifre pubblicate da Amazon: nei primi tre anni successivi al Climate Pledge le emissioni erano anzi aumentate di quasi 10 milioni di tonnellate, prima di iniziare a scendere.

La crescita del business, trainata negli ultimi anni anche dall'espansione dell'infrastruttura cloud e dei carichi di lavoro legati all'intelligenza artificiale, continua quindi a generare più emissioni assolute di quante la decarbonizzazione dell'approvvigionamento energetico riesca a compensare nel breve periodo. È un punto che lo stesso settore riconosce sempre più apertamente: l'efficienza per singola operazione di calcolo migliora rapidamente, ma il numero complessivo di operazioni cresce più in fretta, e il risultato netto, almeno per ora, è un aumento dei consumi assoluti dell'infrastruttura digitale a livello globale, non una loro riduzione.

I numeri del percorso

Vale la pena guardare anche al quadro più ampio, perché l'azienda stessa lo rivendica come riferimento: il Climate Pledge, co-fondato da Amazon nel 2019 insieme a Global Optimism, fissa l'obiettivo di azzerare le emissioni nette entro il 2040, dieci anni prima della scadenza dell'Accordo di Parigi, e oggi conta oltre 590 aziende firmatarie in tutto il mondo. Il report di sostenibilità relativo al 2023, diffuso nel 2024, ha certificato un secondo calo consecutivo delle emissioni assolute dell'azienda, descritto dalla stessa Amazon come il risultato più significativo ottenuto dal lancio del Climate Pledge. Il dato resta ancora sopra quello del 2019, l'anno di partenza dell'impegno, come ha ricostruito un'analisi del Seattle Times basata sulle stesse cifre pubblicate da Amazon: dopo un primo triennio di crescita, legato soprattutto all'espansione record della rete logistica durante la pandemia, la curva si è invertita e le emissioni hanno iniziato a scendere per due anni consecutivi.

È una dinamica comune a buona parte dei grandi operatori tecnologici, alle prese in questa fase con un'espansione senza precedenti dell'infrastruttura cloud e dei carichi legati all'intelligenza artificiale: l'efficienza per singola operazione di calcolo migliora rapidamente, ma il volume complessivo di operazioni cresce ancora più in fretta, rendendo difficile far scendere i consumi assoluti nel breve periodo nonostante gli investimenti in rinnovabili ed efficienza. È in questo contesto che vanno letti progetti come quelli siciliani, ovvero strumenti necessari ma non da soli sufficienti a invertire stabilmente la traiettoria, finché la crescita della domanda di calcolo procederà a questo ritmo.

L'altra metà del problema: quanto consuma un data center

L'approvvigionamento rinnovabile è solo una parte dell'equazione: l'altra riguarda quanto, materialmente, un data center consuma per funzionare. Amazon sostiene che l'infrastruttura AWS operi con un'efficienza energetica fino a 4,1 volte superiore rispetto a un data center on-premise tradizionale, e cita un indicatore standard del settore, il PUE (power usage effectiveness, il rapporto tra l'energia totale assorbita da una struttura e quella effettivamente utilizzata dai server), pari a 1,14 a livello globale nel 2024 contro una media di settore di 1,25 e un dato on-premise di 1,63: più il valore si avvicina a 1, meno energia viene dispersa in funzioni accessorie come il raffreddamento. A questo si aggiungono i chip proprietari Graviton, che secondo l'azienda consumano fino al 60% in meno di energia a parità di prestazioni rispetto a processori tradizionali, oltre a nuove generazioni di data center che offrirebbero il 12% di potenza di calcolo in più migliorando contestualmente l'efficienza complessiva.

Il tema dell'acqua, meno citato ma altrettanto rilevante per chi vive vicino a un data center, segue una logica simile: Amazon si è impegnata a diventare water positive entro il 2030, restituendo alle comunità più acqua dolce di quanta ne consumi nelle operazioni dirette, e dichiara un'efficienza idrica nei data center AWS più di sette volte superiore alla media di settore, migliorata del 52% dal 2021. Anche in questo caso si tratta in larga parte di un bilancio compensativo, costruito attraverso progetti di restituzione idrica annunciati a livello globale, più che di un azzeramento dei prelievi nei singoli siti dove i server sono effettivamente installati.

Questo investimento va però letto dentro una traiettoria che riguarda l'intero settore. Secondo l'ultimo rapporto Electricity 2026 dell'Agenzia internazionale per l'energia, la domanda elettrica dei data center a livello globale è cresciuta del 17% nel 2025, con i centri dedicati specificamente ai carichi di intelligenza artificiale in aumento del 50% nello stesso anno. Un precedente studio della stessa IEA, l'Energy and AI report, stima che il consumo elettrico complessivo dei data center possa raddoppiare entro il 2030, arrivando a circa 945 TWh, pari a quasi il 3% della domanda elettrica mondiale. Negli Stati Uniti l'espansione dei data center è già oggi indicata dall'IEA come una delle determinanti principali della crescita della domanda elettrica nazionale prevista fino al 2030, e cinque grandi società tecnologiche, tra cui Amazon, hanno dichiarato investimenti combinati superiori ai 320 miliardi di dollari nel solo 2025 destinati in larga parte a nuove infrastrutture di calcolo.

C'è da dire che gli investimenti diretti in nuova capacità rinnovabile, come quelli siciliani, sono una risposta ben più sostanziale rispetto alla semplice compensazione attraverso crediti generici acquistati altrove: la capacità viene effettivamente costruita, collegata alla rete e resa disponibile a tutti gli utenti del sistema elettrico nazionale, agricoltori compresi nel caso degli impianti agrivoltaici. Sono proprio i progetti come quelli siciliani, moltiplicati su scala globale, a essere oggi una delle leve più concrete a disposizione dei grandi operatori del cloud per allineare la crescita dell'infrastruttura digitale alla transizione energetica.