90 minuti sotto la neve: la tecnologia norvegese che riscrive le regole della sopravvivenza in valanga

Niente bombole, solo fluidodinamica. Un sistema di ventilazione attiva integrato negli zaini permette di respirare anche da sepolti. I dati dei test condotti su 24 volontari

di Gabriele Arestivo - 13/02/2026 13:10

Il credo comune è che sotto una valanga si muoia per mancanza d’aria. Una verità parziale, e a dirla tutta tecnicamente imprecisa. Il manto nevoso, anche quando compattato dopo una slavina, è infatti una struttura porosa composta per il 60-70% da ossigeno. Quando uno sciatore viene sepolto, si crea un microclima letale attorno al suo viso: il calore del respiro scioglie i cristalli di neve, che ricongelano istantaneamente formando una "Ice Mask", una specie di crosta di ghiaccio impermeabile. La vittima inizia così a respirare la propria CO2. È questo circolo vizioso a dettare la brutale “regola dei 15 minuti”: oltre quel quarto d’ora, la curva di sopravvivenza crolla verticalmente per asfissia.

Safeback SBX, sviluppato in Norvegia, è il primo sistema di ventilazione attiva integrato nello zaino capace di intervenire su questo limite fisiologico. Niente bombole, niente riserve limitate: invece di stoccare ossigeno (che peserebbe troppo e finirebbe subito), il dispositivo sfrutta l'aria già presente nella valanga.

Non respira per te, ti permette di respirare

Il suo funzionamento è affidato a una ventola elettrica (SBX Fan Unit) grande quanto un pugno, alloggiata nel corpo dello zaino. Attraverso una presa d’aria posizionata sul retro (dove la neve è solitamente meno compressa e più "pulita"), il sistema aspira l’ossigeno disponibile nel manto nevoso.

L'aria viene filtrata e spinta attraverso due tubi che corrono all'interno degli spallacci, per essere rilasciata da apposite bocchette nella zona di naso e bocca, mentre il sistema genera una pressione positiva continua. Questo flusso costante non serve tanto a riempire d'ossigeno i polmoni della vittima, quanto più a spingere via l'anidride carbonica espirata, allontanandola dal viso attraverso la porosità della neve.

C'è però un limite che non può essere tralasciato: l'attivazione è esclusivamente manuale, il dispositivo non parte quindi un autonomia. Lo sciatore deve infatti tirare una maniglia a forma di T sullo spallaccio nel momento in cui viene travolto quindi, se si perde conoscenza prima di aver azionato il sistema, la ventilazione non parte.

I dati: rompere il muro dei 15 minuti

L'obiettivo dichiarato da Safeback è allungare il più possibile il tempo utile per i soccorritori e di conseguenze le possibilità di salvezza di chi rimane intrappolato in una slavina. Secondo i dati forniti dall'azienda e validati da test indipendenti, l'apporto continuo di aria fresca estende la finestra di sopravvivenza potenziale fino a 90 minuti.

La validazione scientifica è però arrivata da uno studio condotto in collaborazione con esperti di medicina di montagna e l'Università Tecnica di Monaco: 24 volontari sono stati sepolti sotto 50 cm di neve compattata per testare l'efficacia della respirazione assistita.

I risultati hanno confermato che, mantenendo libere le vie aeree, il sistema permette una respirazione efficace ben oltre i limiti standard. Il dispositivo pesa circa 480 grammi (batterie escluse) ed è alimentato da sei batterie al litio Energizer Ultimate, scelte per la loro capacità di erogare energia a temperature fino a -30°C. Al momento Safeback non produce zaini propri, ma fornisce la tecnologia come modulo integrato a brand partner del settore outdoor.