L’Italia continua a pagare l’energia due volte. La prima in bolletta, la seconda in dipendenza. Nel 2025 il Paese è rimasto esposto per il 74% alle importazioni energetiche, con un costo stimato da UNEM superiore a 53 miliardi di euro. È uno dei dati più pesanti del nuovo report di Italy for Climate, perché mostra il lato meno astratto della transizione: non solo emissioni, clima e obiettivi europei, ma soldi che escono dal Paese per comprare gas, petrolio e carbone.
Il prezzo della dipendenza
Dopo il 2022, l’Italia ha ridotto il peso della Russia, ma non ha ridotto abbastanza il problema. Ha cambiato fornitori. Algeria e Azerbaigian restano i primi partner energetici, mentre gli Stati Uniti sono entrati nella top tre e sono diventati l’unico Paese da cui importiamo tutti i combustibili fossili: petrolio, gas e carbone. Anche il GNL, il gas naturale liquefatto, è diventato più centrale: nel 2025 ha coperto il 33% del fabbisogno nazionale di gas, con una crescita del 42% in un anno.
Il punto è qui: diversificare gli approvvigionamenti può servire in emergenza, ma non è una strategia industriale di lungo periodo. Se il sistema resta fondato sui combustibili fossili, la sicurezza energetica dipende comunque da rotte commerciali, prezzi internazionali e Paesi spesso instabili. È una vulnerabilità economica prima ancora che ambientale.
Nel frattempo le emissioni non scendono. Secondo le stime preliminari ISPRA citate nel report, nel 2025 i gas serra in Italia sono risaliti dello 0,2%, arrivando a 363 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Per centrare gli obiettivi al 2030 servirebbe tagliare circa 14 milioni di tonnellate all’anno. Nell’ultimo decennio l’Italia ne ha ridotte in media 7,5 milioni. La distanza, quindi, non è narrativa: è matematica.
Le rinnovabili corrono, ma non abbastanza
Il paradosso è che la soluzione esiste già, ma procede a intermittenza. Nel 2025 l’Italia ha installato 7,2 GW di nuovi impianti eolici e fotovoltaici: 6,4 GW di solare e appena 0,6 GW di eolico. È tanto rispetto al passato recente, ma meno dei 7,5 GW del 2024. Per la prima volta dal 2022, la crescita ha rallentato. E nel confronto europeo il ritardo pesa: la Germania ha superato i 23 GW, la Spagna è arrivata quasi a 11, la Francia oltre 8.
Il solare, però, racconta anche l’altra metà della storia. La produzione da fotovoltaico è cresciuta del 25% in un anno, aggiungendo 9 miliardi di kWh e arrivando a 45 miliardi di kWh complessivi. Nel 2025 il fotovoltaico è diventato la seconda fonte elettrica italiana dopo il gas, superando l’idroelettrico in un anno sfavorevole per l’acqua. È un passaggio importante: significa che le rinnovabili non sono più un’aggiunta marginale, ma una componente strutturale del sistema elettrico.
Il problema è la velocità. Le installazioni sui tetti, che per anni hanno trainato il fotovoltaico italiano, si sono ridotte. Quelle a terra sono cresciute, arrivando al 42% dei nuovi impianti. Servono entrambe, ma senza una ripresa della generazione distribuita e senza più eolico il rischio è restare a metà: abbastanza rinnovabili per vedere il cambiamento, non abbastanza per ridurre davvero la dipendenza.
L’occasione industriale
Spingere sulle rinnovabili non significa solo produrre energia più pulita. Significa trattenere valore in Italia, ridurre l’esposizione ai mercati fossili e costruire filiere su reti, accumuli, pompe di calore, mobilità elettrica. Gli accumuli associati al fotovoltaico sono già cresciuti oltre dieci volte in cinque anni, arrivando a 884 mila unità e 5,5 GW di potenza installata. È uno dei segnali più concreti che il sistema può cambiare.
Il 2025, letto così, non è un anno fermo. È un anno sprecato a metà: abbastanza dati per capire che il vecchio modello costa troppo, abbastanza tecnologie per sapere da dove ripartire.