A guardarlo distrattamente, tra il grigio dei palazzi di Belgrado e il flusso incessante del traffico, potrebbe sembrare un’installazione di design o un acquario fuori contesto. In realtà, Liquid 3 è una risposta a un paradosso tipico delle metropoli moderne: abbiamo un disperato bisogno di ossigeno proprio dove il cemento impedisce alle radici di affondare. Questo modulo, ribattezzato "albero liquido", non cerca di imitare l'estetica della natura, ma ne distilla la funzione biochimica più preziosa per combattere l’anidride carbonica e le polveri sottili in ambienti estremi.
La biochimica in seicento litri d'acqua
Il cuore pulsante di questa struttura è un sistema di fotobioreattori che ospita seicento litri d'acqua saturata di microalghe. Questi organismi unicellulari sono tra i laboratori chimici più efficienti del pianeta: attraverso il processo naturale della fotosintesi, catturano la CO2 e rilasciano ossigeno con una rapidità che supera di gran lunga quella delle piante terrestri comuni. I dati elaborati dall’Istituto per la ricerca multidisciplinare dell’Università di Belgrado rivelano che un singolo modulo Liquid 3 è in grado di processare l'aria con un'efficacia paragonabile a quella di due alberi di dieci anni o a una superficie di duecento metri quadri di prato.
La struttura, in pratica, è stata progettata per essere un’isola autosufficiente nel tessuto urbano. Grazie ai pannelli solari integrati nella copertura, il sistema alimenta autonomamente le pompe che mantengono in movimento la coltura algale e garantisce l’illuminazione notturna. E poi il modulo funge anche da arredo urbano funzionale perché, oltre a essere d'aspetto gradevole, offre una seduta e stazioni di ricarica USB per i dispositivi mobili.
In città
L'espansione di questa tecnologia, partita dalla Serbia e approdata già in Qatar, Uzbekistan e prossimamente in Ungheria (primo Paese UE a ospitarla), apre una questione meno filosofica e molto più pratica: ha senso "simulare" la natura con dei macchinari? La risposta di Liquid 3 sta tutta nel concetto di "tasche urbane". Parliamo di quegli angoli di territorio dove l'inquinamento è così denso e lo spazio così ridotto che un albero vero non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivere, soffocato dal particolato o impossibilitato a espandere le radici sotto l'asfalto.
È proprio in questi punti critici che il fotobioreattore ha senso, perché non sostituisce i polmoni verdi ma vi si affianca come strumento biotecnologico capace di portare la fotosintesi laddove la natura non può arrivare.